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TECNICA DEL SUONO

Mi aveva sempre incuriosito e affascinato l’incontro tra tecnologia, elettronica, produzione e riproduzione musicale, e in gioventù avevo anche iniziato a sperimentare le mie prime registrazioni di concerti.
Alla fine degli anni ’90 ero alla ricerca di occasioni nuove dove investire le esperienze musicali maturate fino ad allora e mi si è presentata un’opportunità che non potevo perdere: collaborare con uno studio di registrazione specializzato in produzioni discografiche di musica classica. Lo studio Michael Seberich & Co., con sede a Bolzano, era relativamente giovane ma molto ben avviato e godeva di ottimi feedback da parte di musicisti di valore e di case discografiche di piccole dimensioni ma genuinamente appassionate di musica.
La prima fase di apprendimento e approfondimento è stata molto impegnativa e come è tradizione in questo mestiere trascorrere tutte le 24 ore della giornata in studio non era raro: in compenso Michael è stato un mentore eccellente.
Dai primi incarichi come editor, dove potevo sfruttare le mie competenze musicali, sono passato via via a ricoprire ruoli di assistente musicale di ripresa e tecnico di ripresa, fino a vedermi affidate situazioni complesse di recording e broadcasting oppure la supervisione di ampie fasi di postproduzione.
Tra gli incarichi più impegnativi le registrazioni live con contemporanea diretta RAI di opere presso il Festival Rossiniano di Pesaro o il Teatro Massimo a Palermo; progetti multitraccia con 30 e più canali tra buca d’orchestra e palco e 10 personaggi ripresi singolarmente in un’epoca in cui i radiomicrofoni dissimulati sui cantanti erano ancora una novità in Italia. Ma anche l’editing di progetti basati su registrazioni live effettuate in location diverse, quindi con l’esigenza di effettuare un delicatissimo acoustics matching tra le sorgenti, oppure il coordinamento di fasi complesse di postproduzione su una serie di audiovisivi d’opera lirica per una delle major discografiche.
Al di là delle sfide tecniche l’aspetto più stimolante e gratificante di quest’attività era senz’altro poter interagire, anche fisicamente gomito a gomito, con musicisti di grandissimo valore, creare musica con loro, aiutarli ad ottenere il miglior risultato per i loro sforzi: Claudio Abbado e l’orchestra Mozart, Mario Brunello, Sergey Krilov, le sorelle Labèque, Aldo Ciccolini, e così via. Ma anche molti altri, seppure non nel novero dei grandissimi, erano comunque ricchi di creatività, espressività, idee da infondere nel “loro” prodotto; la missione è sempre stata quella di metterli nelle condizioni, tecniche, musicali e umane, di dare il loro meglio e anche "qualcosa di più".

Uno strumentista, al termine di un difficile progetto di repertorio trascendentale per strumento solo, mi ha confidato: “ho ritrovato nel disco idee che erano nel mio pensiero musicale, che avrei voluto esprimere ma in registrazione non sono "uscite". È come se tu avessi integrato in ciò ho effettivamente suonato anche quello che avrei voluto… ma come hai fatto a capire?” Un bel complimento, certo, ma io e le persone che lavoravano accanto a me consideravamo tutto ciò parte naturale di questo lavoro.
Non c’è dubbio che per me i contenuti artistici e musicali, tra cui anche quelli umani, erano ciò che dava senso a quest’attività e al mio impegno. La competenza tecnica, e la crescita continua in questo campo, erano fattori imprescindibili e fondamentali per garantire un prodotto di qualità ma per me hanno sempre rappresentato un mezzo, non un fine.
In circa 10 anni dal mio arrivo il team di cui facevo parte aveva lavorato duramente, con passione e senza risparmiarsi, per la costante crescita dei risultati, risalendo la “catena alimentare” dei clienti ed approdando finalmente e con continuità ai “big player”. Erano quei brand che, da studentello, con un’occhiata al logo sulla copertina dei dischi che acquistavo con i risparmi o mi venivano donati avevo imparato a identificare come una garanzia.
Fu per me un'inaspettata delusione constatare che l’attenzione per l’identità musicale del prodotto, la valorizzazione del talento dell’esecutore e la massimizzazione dei suoi sforzi, l’impegno perché il progetto conseguisse il massimo valore artistico possibile sprofondavano troppo spesso nell’elenco delle priorità, soffocati da burocrazia, lotte tra gerarchie, opacità. Ancora più sorprendente mi risultava che chi vende un prodotto “emozionale” come la musica fosse così autolesionista da dimenticare che la creatività è un ingrediente essenziale per realizzarlo (buono e ben vendibile).
Quelli in ogni caso erano i valori per cui da anni affinavamo strumenti e competenze, su cui avevamo costruito la nostra identità, per i quali eravamo richiesti e che in definitiva ci avevano permesso di accedere a quel livello di committenza; ma per me, soprattutto, erano ciò che dava senso al mio lavoro e a tutto il percorso che avevo compiuto fin là.
In quel momento ho capito che era venuto il tempo di prendere una pausa da quel mondo, una lunga pausa. Vedremo quanto durerà.